La separazione coniugale
Da qualche decennio a questa parte sono aumentati in Italia i dati sulla separazione: nel nostro paese ci si separa più facilmente di un tempo, anche se non si arriva con altrettanta facilità sempre al divorzio. La maggior parte delle separazioni, però, avviene in un clima altamente conflittuale, in cui la coppia si fa una guerra spietata, in cui a rimetterci sono sempre i figli, soprattutto se minori.
L’interesse del minore è il bene più importante da tutelare in questi casi, ma i genitori, troppo presi dal loro dolore, spesso non si rendono conto che, involontariamente, fanno del male ai figli, anzi li trascinano “dentro” al conflitto, facendo assumere loro diversi ruoli: messaggero tra i due, ostaggio di una delle parti per ottenere qualcosa dall’altro, sostituto della figura coniugale, con il compito di consolare e proteggere la parte che si sente maggiormente vittima. In realtà, in queste situazioni, non esistono vittime, né colpevoli: il dolore non è appannaggio esclusivo di uno dei due membri della coppia, né di chi, esausto, ha preso la decisione di lasciare, né di chi l’ha subita. La rottura di un legame importante come quello coniugale implica sempre una grave perdita per tutti i protagonisti della vicenda: questa è un’importante consapevolezza che i membri della coppia devono avere.
Altrettanto importante è capire che ciascuno dei due manterrà sempre il diritto-dovere di essere genitore, a cui non si può sottrarre, né può essere sottratto dall’altra parte. La nuova legge 54/2006 mette, anzi, più giustamente in primo piano il diritto del minore ad avere due genitori: diritto alla bigenitorialità. Dal 2006 quindi la legge deve favorire l’affido condiviso, tranne in rari e gravi casi, in cui può concedere l’affido esclusivo ad un solo genitore.
Considerando che in Italia, come dicevamo, la maggior parte delle cause per separazione sono altamente conflittuali pretendere che si applichi indiscriminatamente l’affido condiviso a coppie che fino al giorno prima litigavano furiosamente è una pura utopia: è per questo che la legge prevede l’intervento di esperti, come i mediatori familiari, che aiutino la coppia a dirimere le controversie. Questo, però, resta come un suggerimento non obbligatorio, quindi la legge nella pratica sembra aver risolto ben poco, anche se se ne apprezzano molto i principi ispiratori, che finalmente pongono in primo piano l’interesse del minore come quello primario che tutti i soggetti coinvolti nella vicenda giudiziaria, compresi giudici ed avvocati, dovrebbero sempre tutelare.
Ma cos’è davvero la citata mediazione familiare? La mediazione familiare è un intervento fuori dal contesto giudiziario, in cui una persona specializzata (psicologo, avvocato, pedagogista, etc, con apposita qualifica post lauream) aiuta la coppia a trovare le proprie risorse per gestire efficacemente il periodo della separazione/divorzio: la coppia (non il mediatore!) trova insieme soluzioni concrete di carattere pratico-organizzativo relativamente alla spartizione dei beni e alla vita dei figli minori, siglate in un accordo condiviso e duraturo. In questo senso, il mediatore familiare rappresenta un facilitatore della comunicazione, un terzo che non dà suggerimenti, ma rende la coppia protagonista delle proprie scelte.
Perché un accordo preso dalle parti e non dai propri avvocati, condiviso con l’altro, raggiunto con l’aiuto di un terzo neutrale che è vicino al dolore di entrambi, è certamente un accordo più valido e duraturo.
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