Ciuccio si o ciuccio no?
Quanti genitori sono alle prese con il dubbio se togliere o meno il ciuccio al figlio? Quando i bambini arrivano ad una certa età, di solito intorno ai 2-3 anni, i genitori reputano che è bene togliergli questo fastidioso “tappo” che sono stati loro stessi anni prima a far conoscere al bimbo come modo per consolarsi.
Il ciuccio infatti risponde bene a quell’istinto di suzione che il bambino presenta fin dalla nascita: succhiare il seno, il dito o il ciuccio dà al neonato delle sensazioni piacevoli: inoltre, anche per conoscere gli oggetti del mondo che lo circonda il bambino in seguito, a qualche mese, continua a metterli in bocca. Succhiare per il bambino è dunque sinonimo di alimentazione, conoscenza e di auto consolazione. Nulla di grave, quindi, nel dare il ciuccio al proprio bambino, a dispetto di quanto sostengono molti pediatri che lo sconsigliano per non correre il rischio di deformare l’arcata dentaria: su questa considerazione ci sono, in realtà, opinioni diverse e non tutti ritengono sia davvero così dannoso per i bambini e i loro denti l’uso del ciuccio. Inoltre, in molte farmacie vendono ciucci prodotti in modo tale da tenere conto anche di questa giusta preoccupazione: una scelta del ciuccio “giusto” e un non abuso di questo, quindi, potrebbero essere importanti elementi per tenere sotto controllo eventuali rischi ai denti. Per quanto riguarda l’aspetto “psicologico” dell’uso del ciuccio, anche rispetto a questo è fondamentale tenere in considerazione che un uso moderato, che non sia abuso non può essere nocivo più di tanto.
Infatti, come si accennava, il ciuccio viene usato dal bambino per consolarsi e, in un certo senso, è un sostituto materno, in assenza della mamma, poiché il succhiare ricorda appunto il seno. Non tutti i bambini amano il ciuccio, alcuni preferiscono ciucciare il dito (ed anche su questo si potrebbe essere più o meno d’accordo) , ma per quelli che lo richiedono, riteniamo che un uso “funzionale” non sia nocivo. Per uso funzionale, s’intende che deve essere usato per uno scopo e non solo perché il bambino ormai è abituato o perché il genitore non sopportando il pianto del bambino lo usa letteralmente come un “tappo”. Un esempio funzionale potrebbe essere quello di un bambino lasciato al nido da solo il primo giorno, che non conosce ancora il nuovo ambiente: l’unica cosa familiare che ha è il suo ciuccio e negarglielo è davvero inutile. Man mano il genitore può invece imparare a moderare l’uso del ciuccio, facendolo usare al bambino solo in particolari situazioni, come l’addormentamento o particolari situazioni di stress. Quante volte, invece, si vedono genitori mettere il ciuccio al bambino senza che questi lo abbia richiesto? In un certo senso, il ciuccio ha assunto un valore simbolico di “sicurezza”anche per il genitore stesso, che, quando non lo rifiuta totalmente, lo vede come un “salvatutto”. Anche nell’atto di sottrarlo all’improvviso al figlio, si vede lo stesso atteggiamento verso questo oggetto: cioè lo si valuta in senso assoluto, come se il figlio potesse dipenderne per sempre e quindi va tolto una volta per tutte, anche se in modo brusco. In realtà i bambini ne hanno meno bisogno del previsto man mano che crescono, ma comunque hanno bisogno di riti di passaggio nelle cose e soprattutto di chiarezza: togliere un oggetto come questo, per loro tanto caro per così tanto tempo, all’improvviso, magari con bugie, senza rendere partecipe il bambino di questo allontanamento non è una grande mossa strategica. Ciascuno di noi, bambini compresi, vuole essere partecipe in prima persona delle perdite che subisce nel corso della vita, dispiacendosi anche per la loro perdita: ma la perdita di qualcosa si supera e implica l’ingresso in una nuova fase. Meglio una storiella carina che accompagni questo passaggio fatto insieme che una bugia tipo: “Il ciuccio si è perso, non lo trovo più!”.
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