“Non riconosco più mio figlio”: l’adolescenza nella società di oggi

novembre 22, 2010 · Archiviato in Adolescenza, Genitorialità 

comunicare-con-gli-adolescentiL’adolescenza rappresenta una fase dello sviluppo umano nel corso della quale l’individuo si troverebbe ad attraversare un periodo di transizione tra l’infanzia e l’età adulta, acquisendo quelle caratteristiche fisiche e fisiologiche e maturando quelle competenze cognitive e sociali necessarie ad un pieno inserimento nel mondo adulto. Il riconoscimento dell’adolescente come soggetto sociale diverso dall’adulto è tuttavia avvenuto nella cultura occidentale solo in età moderna divenendo oggetto di studio a partire dal XX secolo.

Pertanto, se sono precisi “riti” di iniziazione o di passaggio a segnare nelle società preindustriali ed extraoccidentali l’ingresso nell’età adulta; nella nostra società tale transizione risulta diluita nell’arco degli anni dell’adolescenza come specifica fase del ciclo di vita che ultimamente tende ad avere sempre maggior durata rispetto al passato ritardandosi sempre più l’ingresso nel mondo degli adulti.
Quest’ultimo aspetto è estremamente rilevante se si pensa ai molteplici cambiamenti che l’adolescente deve affrontare prima di arrivare a definire una propria identità e alle ripercussioni che questo comporta nel rapporto genitori-figli chiamato parallelamente a modificarsi e riassestarsi su nuovi equilibri. L’adolescente infatti attraverso le relazioni sociali con il gruppo dei pari ed altri adulti di riferimento  ricerca nuovi modelli in cui identificarsi sperimentandosi in di volta in volta in ruoli e modi di essere differenti alla ricerca di una più articolata ed autonoma definizione di sé. Nel fare questo egli vive un conflitto tra le due opposte tendenze del desiderio di autonomia e di dipendenza, tra la voglia di muovere i primi passi verso il mondo adulto e la paura per le incertezze che questo comporta. Da qui quei comportamenti contraddittori che spesso suscitano smarrimento e incertezza negli stessi genitori pervasi dalla sensazione di “non riconoscere” più il proprio figlio.
Tale scenario nell’attuale società postmoderna è destinato ulteriormente a complicarsi: oggi si può contare sempre meno sia su quelle tradizioni e istituzioni (il matrimonio, la famiglia nucleare, il posto di lavoro “fisso”) che in passato hanno comunque assolto la funzione di “riti” di passaggio, accompagnando varie tappe dell’adolescenza fino al definitivo ingresso nell’età adulta, sia su quegli ideali politici e sociali che in altre epoche hanno costituito altre fonti di aggregazione e identificazione giovanile. In questa, che il sociologo Bauman definisce “società liquida”, prevalgono l’individualismo, l’incertezza e le infinite possibilità di scelta di un’epoca in cui tutto cambia sempre più velocemente in un contesto di rapido “uso e consumo” dove ogni aspetto, dal lavoro alle relazioni umane, comprese quelle affettive e familiari, è transitorio e non più definito.
L’aumento della durata della fase adolescenziale trova allora significato alla luce di questo panorama che rende sempre più difficile per i ragazzi, in assenza di stabili punti di riferimento,  l’acquisizione di un senso di identità stabile e integrato.
Che linee possono essere seguite allora da un genitore posto di fronte a tutto questo?
Un primo elemento che, oggi più che mai, è utile tener presente è che tutti quegli atteggiamenti, comportamenti e manifestazioni esibite da un figlio adolescente, per quanto enigmatici e spesso espressione di disagio, chiusura o aperto conflitto sono tratti temporanei e cangianti della sua identità in corso di definizione e non vanno pertanto considerati tratti stabili della sua personalità né necessariamente espressioni distorte e patologiche di essa.
In secondo luogo, è altrettanto importante che la messa in discussione dei vecchi modelli di autorità genitoriale dell’epoca attuale non lasci il posto all’attesa tanto irrealistica quanto controproducente, di un rapporto “amicale” e quasi alla pari tra genitori e figli che facilmente si tradurrebbe in condotte incoerenti lasciando i ragazzi soli davanti alle nuove sfide che la loro fase di vita e la società attuale gli pone. Non di autorità si tratta, ma di autorevolezza: non è più tempo di decidere al posto dei propri figli, ma, al contrario, di restituire a loro la capacità e la responsabilità di fare le proprie scelte accompagnandoli con un atteggiamento coerente che sappia porre loro sicuri limiti entro cui sperimentare ed acquisire tale autonomia.

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