Se in classe c’è un compagno disabile

febbraio 5, 2011 · Archiviato in Genitorialità 

sindrome-down

Poiché durante la seconda infanzia il bambino ha un forte bisogno di uniformarsi e sentirsi uguale ai suoi coetanei per costruire il suo senso di competenza, doversi rapportare in classe ad un compagno disabile può metterlo in forte difficoltà  sollecitando le sue personali insicurezze.

Troppo spesso siamo portati a dar retta a credenze e falsi miti del senso comune aspettandoci che i bambini, proprio perché ancora in quella che viene definita l’età dell’ “innocenza”, siano del tutto incapaci di atteggiamenti ostili, “cattivi” o rifiutanti. Per questo ci si sorprende molto, non senza una punta di imbarazzo, quando ci viene riferito da qualche insegnante di dispetti, scherni od omissioni da parte del bambino o della bambina nei confronti di un coetaneo portatore di una disabilità. In realtà queste reazioni non sono così rare nei bambini di quest’età, ma assumono un senso per certi aspetti differente da quello che noi adulti tendiamo ad attribuirgli. Il rifiuto, lo scherno, il dispetto o l’evitamento da parte di un bambino nei confronti di un coetaneo in difficoltà, che egli considera “diverso” da sé, non rilevano una reale “cattiveria”, né un vero e proprio senso di superiorità o di  presunzione. Anzi, per un verso che a prima vista può apparire paradossale, sono proprio i bambini maggiormente insicuri di sé stessi, delle proprie capacità e timorosi del rifiuto degli altri a sentirsi maggiormente “spiazzati” da un compagno “diverso” , al quale non sanno come rapportarsi e che, proprio per questo, allontanano o rifiutano.
Infatti l’handicap fisico o mentale e le conseguenti difficoltà materiali e relazionali che ne derivano possono esser vissuti più o meno irrazionalmente come una minaccia dagli altri compagni: un bambino di 7-8 anni che per sentirsi competente e accettato dagli altri ha bisogno di uniformarsi alle regole e ai canoni del gruppo e del vivere comune, non è in grado, proprio per la sua età, di accettare né i propri aspetti di originalità rispetto agli altri né di rapportarsi serenamente con tali diversità negli altri soprattutto se fonte di evidente disagio come nella disabilità.
Un altro aspetto importante è che non tutti i bambini manifestano il loro disagio allo stesso modo: ci sono quelli che offendono, prendono in giro, scherniscono quasi a voler esorcizzare la paura e l’incertezza che l’handicap dell’altro evoca in loro. Vi sono però anche quei bambini così detti “sensibili”, a volte ingiustamente sopravvalutati e ritenuti “molto maturi” per la loro età, che covano in realtà un grande senso di insicurezza e una gran paura dell’abbandono: fanno di tutto quindi per non deludere gli altri e per avere la loro approvazione e davanti ad un compagno disabile non diranno mai una parola fuori posto ma, anzi, paradossalmente potranno “attirare” come una calamita le sue simpatie pur temendo di essere stigmatizzati ed isolati insieme a lui. Queste situazioni possono facilmente passare sotto silenzio non riconosciute mentre sarebbe opportuno non sottovalutare neanche questi segnali di eccessiva acquiescenza per individuare ed esplicitare per tempo le ansie e i vissuti di difficoltà del bambino. Questo è importante che accada di concerto fra genitori e insegnanti affinché l’inclusione dell’alunno disabile possa riguardare realmente la classe nel suo insieme e portare arricchimento e vantaggio oltre che a lui stesso anche a tutti gli altri compagni che avranno l’occasione di essere gradualmente educati a rapportarsi alla diversità dell’altro per poter poi un domani riconoscere e tollerare anche la diversità in se stessi.

Cristina Rubano - Psicologa

Pubblicità

Commenti

Lascia una risposta