Lo studio: nessun interesse o troppa paura dell’insuccesso?

maggio 13, 2011 · Archiviato in Genitorialità 

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Quando un ragazzo oppone un netto rifiuto per qualunque forma di impegno scolastico, chiamandosi fuori da qualunque tipo di competizione o confronto con i compagni e quasi ostentando, portandolo all’esasperazione, il proprio disimpegno scolastico, genitori e insegnanti possono sentirsi impotenti e delusi; non è facile, infatti, sbloccare la situazione.
Alla pagella del primo quadrimestre la sfilza di tre parla già chiaro: l’anno appare irrimediabilmente perso, tanto varrebbe smettere anche di andarci a scuola. Eppure non di rado questi ragazzi a scuola, contrariamente all’andamento del loro profitto, ottengono invece un discreto successo sul piano sociale diventando molto popolari fra i propri compagni anche proprio per l’atteggiamento di apparente disinteresse nei confronti dello studio e delle sue conseguenze acquisendo una sorta di “aura” di superiorità che li pone quasi su un altro piano rispetto a chi, con risultati più o meno brillanti, affronta l’ansia e l’impegno di interrogazioni, compiti in classe e professori.
Eppure, dietro quest’apparente indifferenza e menefreghismo per ogni aspetto del sistema scolastico, spesso si nasconde molta insicurezza, una grande paura di sbagliare e una sostanziale incapacità di confrontarsi con obiettivi reali e tangibili possibilità di fallimento o di successo.
Se nell’infanzia ogni bambino tende ad avere un’immagine onnipotente e infallibile di sé, rispetto ad un mondo esterno che si fa carico dei suoi bisogni o desideri senza chiedergli nulla; crescendo deve imparare a tollerare le frustrazioni e a commisurare le proprie capacità rispetto alle sempre maggiori richieste che, soprattutto con l’ingresso a scuola, il mondo esterno gli pone.
Questo impone tuttavia di mettersi continuamente alla prova rendendosi via via responsabili in prima persona dei propri risultati, gratificazioni e successi o, la contrario, di possibili e inevitabili errori, frustrazioni e eventuali fallimenti. Significa rinunciare ad un’immagine onnipotente e irrealistica di sé per venir a patti con la realtà esterna e le sue regole, i limiti che questa pone e quelli delle proprie stesse capacità per riuscire a crescere e a migliorarsi anziché rinunciare a giocare in partenza.
Da parte dei genitori, può essere quindi importante sollecitare questi ragazzi a riconsiderare la propria posizione rinunciataria nei confronti dello studio e ad accettare eventuali errori o insuccessi come elementi su cui poter migliorare piuttosto che manchevolezze del loro valore personale.

Cristina Rubano – Psicologa

Per saperne di più:
Ammaniti, M., & Ammaniti, N. (1995). Nel nome del figlio: L’adolescenza raccontata da un padre e da un figlio. Milano: Mondadori.

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