Assistere un genitore anziano: quando i ruoli si invertono

giugno 6, 2011 · Archiviato in Genitorialità 

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Si dice che agli occhi dei propri genitori si rimane sempre un po’ bambini per tutta la vita anche quando si sia ormai più che adulti; eppure arriva un momento in cui è il genitore che, raggiunta la terza età, ha lui stesso bisogno di cure e assistenza: i ruoli in un certo senso si invertono.
E’ in questi ultimi decenni che abbiamo assistito ad un progressivo invecchiamento della popolazione sostenuto in parte da un certo calo delle nascite ma, soprattutto, da un progressivo aumento della numerosità degli over-settanta. Sono sempre di più, infatti, gli anziani che raggiungono e superano le soglie della terza età grazie all’allungamento dell’aspettativa media di vita e all’indubbio miglioramento della qualità della stessa. Questi nonni moderni se da un lato hanno goduto di una salute spesso migliore e di maggiori opportunità di integrazione sociale dei loro antenati, dall’altro necessitano tuttavia di cure e sostegno permanenti che li aiutino ad affrontare una prolungata vecchiaia costellata da tutte quelle patologie “croniche” (diabete, ipertensione, cancro, Sindrome di Alzheimer eccetera) per lo più sconosciute dalle generazioni a loro precedenti.
Ecco che quindi, nella società attuale, fa ormai parte integrante del ciclo di vita di molti adulti il fatto di dover, da un certo momento in poi, preoccuparsi di fornire direttamente o di assicurare attraverso altri, assistenza medica, morale e materiale ai propri stessi genitori anziani. Si tratta di un passaggio non sempre facile da affrontare, non solo per le innegabili complicanze sul piano pratico (in una famiglia dove entrambi i coniugi lavorano ad esempio) ma anche, e soprattutto, per le delicate implicazioni che esso comporta sul piano psicologico e degli affetti.
Da un lato c’è il genitore anziano che, pur perdendo in efficienza o in autonomia fisica o mentale, spesso non vuole “cedere”, fatica ad affidarsi alle decisioni dei propri figli, pretenderebbe di “fare di testa sua” anche senza avere la piena facoltà di informarsi e assumersi la responsabilità della sua condizione.
Dall’altro c’è il figlio, spesso affiancato dal coniuge, per il quale può essere doloroso e difficile da accettare il declino della vecchiaia dei propri genitori: le loro defaillance, i ricordi o i discorsi non sempre lucidi o veritieri, la testardaggine con cui a volte perseverano nelle proprie idee rifiutando, almeno in apparenza, qualunque discorso razionale. Spesso si preferisce non vedere, affidarsi totalmente all’assistenza di strutture o personale specializzato che sollevi dal carico di doversi quotidianamente confrontare con la vecchiaia del proprio padre o della propria madre. Altre volte ci si arrabbia, si diventa insofferenti o si tende, erroneamente, e ritenere il proprio genitore ormai totalmente incapace di intendere e di volere escludendolo dalle informazioni e dalle decisioni che lo riguardano.
Di fronte a questi genitori bisognosi, in difficoltà e, ormai, più accentuati e caparbi nelle loro caratteristiche di personalità diventa estremamente difficile se non impossibile viversi il ruolo di figlio nella subordinazione che, almeno affettivamente, ancora poteva sostenere il rapporto con loro. Occorre, invece,  assumere appieno su di sé tutte le risorse e le capacità della propria adultità, convertire antichi conflitti o dipendenze affettive in rispetto e gratitudine. Rispetto per una vita che vive la sua fase finale e che, in questo, può vere ancora molto da insegnare su di noi, sul significato dell’esistenza e sulla prospettiva da dare al nostro stesso percorso. Gratitudine per chi è stato ed ha vissuto come genitore per noi consentendoci, grazie ai suoi insegnamenti, ma anche ai suoi errori di staccarci e di trovare una nostra strada ed un nostro essere nel mondo.
Vivere la vecchiaia di un genitore può rivelarsi quindi un’esperienza esistenziale importante che, inaspettatamente, può donare maggiore saggezza ad entrambi.

Cristina Rubano - Psicologa

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