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	<title>GenitoriBlog</title>
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	<description>Supporto alla genitorialità</description>
	<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 09:29:06 +0000</pubDate>
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		<title>Essere genitori dopo il divorzio</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 09:29:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Genitorialità]]></category>

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Dopo una separazione o un divorzio accade inevitabilmente che i due genitori si dividano più o meno equamente il tempo da passare coi figli, questo ha tuttavia delle peculiari conseguenze sulla qualità del tempo e della relazione con loro che rischia di alternarsi fra un pericoloso “tutto o niente”.
Separarsi dal coniuge significa dover ricominciare una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.genitoriblog.it/2011/08/essere-genitori-dopo-il-divorzio/"><img class="alignnone size-full wp-image-711" title="Essere genitori dopo il divorzio" src="http://www.genitoriblog.it/wp-content/uploads/divorzio-genitori.jpg" alt="divorzio-genitori" width="500" height="180" /></a></p>
<p>Dopo una separazione o un divorzio accade inevitabilmente che i due genitori si dividano più o meno equamente il tempo da passare coi figli, questo ha tuttavia delle peculiari conseguenze sulla qualità del tempo e della relazione con loro che rischia di alternarsi fra un pericoloso “tutto o niente”.<span id="more-710"></span><br />
Separarsi dal coniuge significa dover ricominciare una nuova vita e per molti questo coincide con nuove amicizie, nuovi interessi, nuovi partner o la necessità di intensificare il tempo dedicato al lavoro. Si intensifica, in tal modo, l’orizzonte delle attività e degli interessi extrafamiliari ora che il nucleo familiare si è ridotto alla relazione duale e alternata tra un solo genitore alla volta e i propri figli.<br />
Sempre più spesso oggi si sceglie l’affido condiviso e i bambini, almeno finché sono piccoli, trascorrono la settimana alternandosi fra casa della mamma e casa del papà. Questa situazione, se da un lato è vantaggiosa perché ridistribuisce su entrambi l’impegno genitoriale e consente al bambino di mantenere un rapporto e un contatto più costante con mamma e papà, dall’altro rischia di creare un’erogazione di attenzioni e di affetto altalenante ed intermittente che non sempre giova al suo equilibrio emotivo.<br />
Capita spesso, infatti, che ognuno dei due genitori releghi, comprensibilmente, la maggior parte delle proprie attività nei momenti in cui il figlio è con l’altro per concentrare poi interamente la propria attenzione su di lui quando lo ha con sé. Questo crea una relazione genitoriale che rischia però di essere troppo centrata sul figlio e, per così dire, artificiosamente “a misura di bambino”, quando invece i bambini hanno bisogno, oltre che del tempo che mamma e papà dedicano a giocare con loro, anche di occasioni per osservarli nelle loro personali attività quotidiane ed “adulte” provando magari maldestramente a prendervi parte o facendo domande e attivando la loro naturale curiosità. Inoltre, in tal modo il ambino impara anche a rispettare tempi e priorità che possono non coincidere con le sue, uscendo gradualmente dall’egocentrismo del pensiero infantile. Niente di male, certo, a voler dedicare maggior attenzione ad un figlio che ora si vede per la metà del tempo, ma attenzione a coinvolgerlo anche un po’ in quello che è ora il resto della propria vita di adulti: li aiuterà a crescere e li farà sentire partecipi e per questo amati e apprezzati.</p>
<p>Cristina Rubano - Psicologa</p>
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		<title>Lontano dagli occhi ma non dal cuore: un figlio va via di casa</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2011 08:10:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Genitorialità]]></category>

		<category><![CDATA[genitorialità crescita]]></category>

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		<description><![CDATA[
Arriva per tutti i genitori, presto o tardi, il momento in cui i figli si rendono finalmente autonomi e vanno via di casa per costruire la propria vita altrove; spesso non è affatto facile riorganizzare la propria vita familiare complice anche il fatto che oggi questo passaggio avviene sempre più tardi.
Nessun altro mammifero del mondo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.genitoriblog.it/2011/07/lontano-dagli-occhi-ma-non-dal-cuore-un-figlio-va-via-di-casa/"><img class="alignnone size-full wp-image-700" title="Lontano dagli occhi ma non dal cuore: un figlio va via di casa" src="http://www.genitoriblog.it/wp-content/uploads/figli-via-di-casa.jpg" alt="figli-via-di-casa" width="500" height="180" /></a></p>
<p>Arriva per tutti i genitori, presto o tardi, il momento in cui <strong>i figli</strong> si rendono finalmente autonomi e <strong>vanno via di casa </strong>per costruire la propria vita altrove; spesso non è affatto facile riorganizzare la propria vita familiare complice anche il fatto che oggi questo passaggio avviene sempre più tardi.<span id="more-699"></span><br />
<strong>Nessun altro mammifero del mondo animale</strong> conosce un periodo di neotenia così prolungato quanto quello dei “cuccioli” della specie umana. Certo, si dirà, l’essere umano è un organismo complesso e le competenze e le abilità fisiche e cognitive che deve sviluppare man mano per adattarsi efficacemente al suo ambiente richiedono, comprensibilmente, un periodo di “apprendistato” piuttosto prolungato. Tuttavia altri <strong>fattori, di natura culturale e socioeconomica</strong>, contribuiscono a prolungare sempre di più la permanenza in famiglia delle ultime generazioni. Si finiscono gli studi, ci si specializza, si cerca lavoro,  si cerca la casa….ed ecco che si è finalmente pronti a “lasciare il nido” non prima di aver raggiunto la <strong>soglia dei trent’anni</strong>. Questo fenomeno che, appunto, ha le sue complesse determinanti culturali e sociali, certamente <strong>non facilita però il distacco genitori-figli</strong>. Si diventa adulti permanendo in famiglia e continuando a godere del sostegno economico dei propri genitori spesso anche durante i primi anni di permanenza fuori casa. Non che questo sia di per sé sbagliato, ma rappresenta senza dubbio un aspetto su cui soffermarsi perché può avere implicazioni del tutto peculiari sul futuro rapporto fra genitori e figli.<br />
Un primo aspetto da non sottovalutare è che in questo modo l’età adulta non comporta di per sé un distacco e un sostanziale cambiamento nel rapporto coi genitori che, per un verso o per un altro, possono continuare a sentirsi chiamati a farsi carico del sostegno economico e materiale dei propri figli. Questo rischia di  essere d’ostacolo <a title="psicologia della sindrome del nido vuoto" href="http://www.biondistudiopsicologia.it/famiglia/47-quando-i-figli-se-ne-vanno-di-casa.html" target="_blank">quando i figli vanno via di casa</a>, si tende a percepirli <strong>ancora psicologicamente “sotto il proprio tetto”</strong> invece di accettare di essere entrati in una nuova fase di vita nella quale i figli non dovrebbero più aver bisogno di mamma e papà.<br />
Per un genitore è sicuramente fonte di gioia e di orgoglio che un figlio trovi la sua strada e si renda autonomo, tuttavia per la propria identità di mamma o di papà può rappresentare anche un passaggio difficile e doloroso. <strong>Accettare che i propri figli non hanno più bisogno</strong> di loro mette in crisi le basi su cui, dopotutto, si fonda il rapporto genitoriale fino alla fine dell’adolescenza. Durante l’età adulta dei figli <strong>il rapporto è tutto da costruire su nuove basi </strong>che non dovrebbero essere più di dipendenza o di bisogno affettivo o materiale. Comprendere questo è importante sia per una completa e serena autonomia dei figli stessi, sia per una circolazione fluida e spontanea degli affetti.<br />
<strong>Quando un domani i ruoli si invertiranno</strong>, sarà una gioia e non un dovere accompagnare la vecchiaia di chi ci ha permesso di crescere.</p>
<p>Cristina Rubano - Psicologa</p>
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		<item>
		<title>Costruire storie: pensiero narrativo e sviluppo cognitivo-affettivo</title>
		<link>http://www.genitoriblog.it/2011/06/costruire-storie-pensiero-narrativo-e-sviluppo-cognitivo-affettivo/</link>
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		<pubDate>Wed, 22 Jun 2011 19:47:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Genitorialità]]></category>

		<category><![CDATA[costruzione storie]]></category>

		<category><![CDATA[educazione bambini]]></category>

		<category><![CDATA[pensiero narrativo]]></category>

		<category><![CDATA[sviluppo cognitivo-affettivo]]></category>

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Le fiabe svolgono un ruolo molto importante nello sviluppo cognitivo-affettivo del bambino accompagnando lo sviluppo di quel pensiero narrativo che consente di organizzare le esperienze attraverso il linguaggio e la costruzione di storie.
Molti autori, fra cui Daniel Stern, sottolineano l’importanza del pensiero narrativo, quale tendenza propria di ogni essere umano a dare senso agli avvenimenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.genitoriblog.it/2011/06/costruire-storie-pensiero-narrativo-e-sviluppo-cognitivo-affettivo/"><img class="alignnone size-full wp-image-683" title="Costruire storie: pensiero narrativo e sviluppo cognitivo-affettivo" src="http://www.genitoriblog.it/wp-content/uploads/raccontare-storie-ai-bambini.jpg" alt="raccontare-storie-ai-bambini" width="500" height="180" /></a></p>
<p>Le fiabe svolgono un ruolo molto importante nello <strong>sviluppo cognitivo-affettivo </strong>del bambino accompagnando lo sviluppo di quel <strong>pensiero narrativo</strong> che consente di organizzare le esperienze attraverso il linguaggio e la <strong>costruzione di storie</strong>.<span id="more-682"></span><br />
Molti autori, fra cui Daniel Stern, sottolineano l’importanza del pensiero narrativo, quale tendenza propria di ogni essere umano a <strong>dare senso</strong> agli avvenimenti <strong>attraverso la costruzione di storie</strong> che assegnino consequenzialità e causalità agli eventi dotandoli così di significati sia personali che culturali.<br />
Il <strong>pensiero narrativo </strong>è quindi alla base dello sviluppo del <strong>senso di identità</strong> e continuità del sé permettendo, mediante la costruzione di storie, di collegare fra loro le nostre diverse esperienze secondo determinati canoni di significato, di ricordarle e di servircene per farne di nuove. Analogamente il pensiero narrativo ci aiuta, attraverso la costruzione di storie, a preservare un <strong>senso di coerenza </strong>su noi stessi e gli eventi che ci accadono interpretandoli alla luce dei passati avvenimenti e dei referenti culturali di cui ci serviamo per assegnare significato agli eventi; senza questa <strong>cornice di riferimento</strong> data dal <strong>sistema di significati condivisi</strong> socialmente e dei nostri significati personali soccomberemmo al senso di frammentazione di noi stessi e delle nostre esperienze.<br />
Il bambino sviluppa un pensiero narrativo lungo tutto l’arco della sua crescita man mano che interagisce col suo ambiente, apprende significato ed uso del linguaggio e i valori e i significati del suo ambiente socioculturale. Il <strong>Sé del bambino</strong>, infatti, si <strong>costruisce socialmente</strong> proprio mediante i feedback e i riconoscimenti che riceve dagli adulti significativi e in questo hanno molta importanza gli <strong>schemi interattivi </strong>prima e lo<strong> sviluppo del linguaggio</strong> poi.<br />
Modelli comportamentali ripetuti nel tempo, infatti, scandiscono le interazioni fra il bambino e i suoi adulti significativi assicurando coerenza e prevedibilità agli scambi affettivi e materiali di accudimento e costituendo, in questo senso, una “trama narrativa” che si ripete e assicura significato e coerenza alla relazione. Lo sviluppo del linguaggio poi consente al bambino di ampliare la sfera dei significati e le possibilità di comunicazione e condivisione degli stessi anche con gli adulti al di fuori della famiglia sviluppando il suo pensiero narrativo e ampliando moltissimo la sua capacità di ascoltare e costruire storie che assicurino un senso a ciò che gli accade.<br />
Le <strong>storie </strong>rappresentano per questo questo un valido <strong>ausilio allo sviluppo emotivo e cognitivo</strong> del bambino e alla costruzione del proprio Sé poiché gli forniscono quei valori e principi a cui far riferimento per codificare ciò che gli accade e costruire le proprie storie su di sé e gli avvenimenti che ha intorno.</p>
<p>Cristina Rubano – Psicologa</p>
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		<title>Le fiabe e lo sviluppo psicologico del bambino</title>
		<link>http://www.genitoriblog.it/2011/06/le-fiabe-e-lo-sviluppo-psicologico-del-bambino/</link>
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		<pubDate>Wed, 15 Jun 2011 19:36:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Genitorialità]]></category>

		<category><![CDATA[Adolescenza]]></category>

		<category><![CDATA[sviluppo psicologico del bambino]]></category>

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Le fiabe, lungi dall’essere un’usanza d’altri tempi, rappresentano ancora, a dispetto dei più avanzati mezzi di comunicazione digitale, un insostituibile supporto allo sviluppo psicologico del bambino sia nella prima che nella seconda infanzia.
Il bambino apprende solo gradualmente, nel corso del suo viluppo, a distinguere fra sé e l’ambiente che lo circonda, ad interpretare correttamente i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.genitoriblog.it/2011/06/le-fiabe-e-lo-sviluppo-psicologico-del-bambino/"><img class="alignnone size-full wp-image-687" style="border: 1px solid black;" title="Le fiabe e lo sviluppo psicologico del bambino" src="http://www.genitoriblog.it/wp-content/uploads/strega-favole.jpg" alt="strega-favole" width="500" height="180" /></a></p>
<p>Le <strong>fiabe</strong>, lungi dall’essere un’usanza d’altri tempi, rappresentano ancora, a dispetto dei più avanzati mezzi di comunicazione digitale, un insostituibile supporto allo <strong>sviluppo psicologico del bambino</strong> sia nella prima che nella seconda infanzia.<span id="more-686"></span><br />
Il bambino apprende solo gradualmente, nel corso del suo viluppo, a distinguere fra sé e l’ambiente che lo circonda, ad interpretare correttamente i propri stati emotivi e a differenziarli dai propri bisogni fisici (quali game, sonno ecc…), e a servirsi di categorie di riferimento condivise culturalmente e socialmente per assegnare senso e significato agli eventi e collegarli fra loro. Lungo questo percorso le <strong>fiabe</strong> costituiscono uno <strong>strumento importante</strong> per rappresentare ed oggettivare ciò che il bambino ha in animo ma che non riesce ancora ad esprimere compiutamente. Le fiabe, infatti, si prestano a rappresentare molte di quelle <strong>tensioni</strong>, <strong>turbamenti </strong>e <strong>conflitti</strong> tipici della vita emotiva dei bambini a cui essi non sono ancora in grado di dare un nome o di riconoscere consapevolmente. Allo stesso tempo le fiabe forniscono <strong>principi</strong> e <strong>valori di riferimento</strong> quand’anche veri e propri insegnamenti di vita.<br />
Le fiabe, infatti, rappresentano bene, attraverso i loro personaggi, le <strong>ambivalenze </strong>che, inevitabilmente, sono proprie di ogni esperienza di vita e degli affetti, basi pensare alla strega che fa da contraltare alla madre totalmente buona, al lupo o l’orco che rappresenta i pericoli e le insidie che la vita riserva a ciascuno di noi e così via. Le fiabe insegnano, con questo, la possibilità di reagire e <strong>superere le difficoltà</strong> opponendo valori positivi come la lealtà, il coraggio, l’astuzia e l’amore.<br />
Così facendo le fiabe costituiscono una sorta di “canovaccio” di cui il bambino può servirsi per dar senso alle proprie esperienze interiori (la mamma amorevole e la mamma arrabbiata per esempio) perché divengano man mano codificate e comunicabili a parole o mediante il disegno o il gioco.<br />
Altro ruolo fondamentale delle fiabe è quello di aprire la porte al regno della <strong>fantasia </strong>e dell’<strong>immaginazione</strong> mediando tra fantasia e realtà.  In tal senso il racconto o la<strong> lettura delle fiabe da un libro </strong>illustrato costituisce ancora il mezzo migliore perché il racconto verbale costituisce un mediatore cognitivo importante che stimola il bambino a creare le proprie immagini secondo le sue personali <strong>capacità creative</strong>.<br />
Spesso i bambini insistono perché si racconti loro <strong>ripetutamente le stesse fiabe</strong>: non si tratta di una noiosa fissazione, infatti man mano che procedono con il loro sviluppo cognitivo ampliano le proprie capacità di comprensione e di lettura del reale; per questo le stesse fiabe in momenti successivi saranno in grado via via di rivelare loro cose nuove.</p>
<p>Cristina Rubano – Psicologa</p>
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		<title>Assistere un genitore anziano: quando i ruoli si invertono</title>
		<link>http://www.genitoriblog.it/2011/06/assistere-un-genitore-anziano-quando-i-ruoli-si-invertono/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Jun 2011 19:07:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Genitorialità]]></category>

		<category><![CDATA[genitori anziani]]></category>

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Si dice che agli occhi dei propri genitori si rimane sempre un po’ bambini per tutta la vita anche quando si sia ormai più che adulti; eppure arriva un momento in cui è il genitore che, raggiunta la terza età, ha lui stesso bisogno di cure e assistenza: i ruoli in un certo senso si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.genitoriblog.it/2011/06/assistere-un-genitore-anziano-quando-i-ruoli-si-invertono/"><img class="alignnone size-full wp-image-677" title="Assistere un genitore anziano: quando i ruoli si invertono" src="http://www.genitoriblog.it/wp-content/uploads/genitori-anziani.jpg" alt="genitori-anziani" width="500" height="180" /></a></p>
<p>Si dice che agli occhi dei propri genitori si rimane sempre un po’ bambini per tutta la vita anche quando si sia ormai più che adulti; eppure arriva un momento in cui è il genitore che, raggiunta la terza età, ha lui stesso bisogno di cure e assistenza: i ruoli in un certo senso si invertono.<span id="more-676"></span><br />
E’ in questi ultimi decenni che abbiamo assistito ad un progressivo invecchiamento della popolazione sostenuto in parte da un certo calo delle nascite ma, soprattutto, da un progressivo aumento della numerosità degli over-settanta. Sono sempre di più, infatti, gli anziani che raggiungono e superano le soglie della terza età grazie all’allungamento dell’aspettativa media di vita e all’indubbio miglioramento della qualità della stessa. Questi nonni moderni se da un lato hanno goduto di una salute spesso migliore e di maggiori opportunità di integrazione sociale dei loro antenati, dall’altro necessitano tuttavia di cure e sostegno permanenti che li aiutino ad affrontare una prolungata vecchiaia costellata da tutte quelle patologie “croniche” (diabete, ipertensione, cancro, Sindrome di Alzheimer eccetera) per lo più sconosciute dalle generazioni a loro precedenti.<br />
Ecco che quindi, nella società attuale, fa ormai parte integrante del ciclo di vita di molti adulti il fatto di dover, da un certo momento in poi, preoccuparsi di fornire direttamente o di assicurare attraverso altri, assistenza medica, morale e materiale ai propri stessi genitori anziani. Si tratta di un passaggio non sempre facile da affrontare, non solo per le innegabili complicanze sul piano pratico (in una famiglia dove entrambi i coniugi lavorano ad esempio) ma anche, e soprattutto, per le delicate implicazioni che esso comporta sul piano psicologico e degli affetti.<br />
Da un lato c’è il genitore anziano che, pur perdendo in efficienza o in autonomia fisica o mentale, spesso non vuole “cedere”, fatica ad affidarsi alle decisioni dei propri figli, pretenderebbe di “fare di testa sua” anche senza avere la piena facoltà di informarsi e assumersi la responsabilità della sua condizione.<br />
Dall’altro c’è il figlio, spesso affiancato dal coniuge, per il quale può essere doloroso e difficile da accettare il declino della vecchiaia dei propri genitori: le loro defaillance, i ricordi o i discorsi non sempre lucidi o veritieri, la testardaggine con cui a volte perseverano nelle proprie idee rifiutando, almeno in apparenza, qualunque discorso razionale. Spesso si preferisce non vedere, affidarsi totalmente all’assistenza di strutture o personale specializzato che sollevi dal carico di doversi quotidianamente confrontare con la vecchiaia del proprio padre o della propria madre. Altre volte ci si arrabbia, si diventa insofferenti o si tende, erroneamente, e ritenere il proprio genitore ormai totalmente incapace di intendere e di volere escludendolo dalle informazioni e dalle decisioni che lo riguardano.<br />
Di fronte a questi genitori bisognosi, in difficoltà e, ormai, più accentuati e caparbi nelle loro caratteristiche di personalità diventa estremamente difficile se non impossibile viversi il ruolo di figlio nella subordinazione che, almeno affettivamente, ancora poteva sostenere il rapporto con loro. Occorre, invece,  assumere appieno su di sé tutte le risorse e le capacità della propria adultità, convertire antichi conflitti o dipendenze affettive in rispetto e gratitudine. Rispetto per una vita che vive la sua fase finale e che, in questo, può vere ancora molto da insegnare su di noi, sul significato dell’esistenza e sulla prospettiva da dare al nostro stesso percorso. Gratitudine per chi è stato ed ha vissuto come genitore per noi consentendoci, grazie ai suoi insegnamenti, ma anche ai suoi errori di staccarci e di trovare una nostra strada ed un nostro essere nel mondo.<br />
Vivere la vecchiaia di un genitore può rivelarsi quindi un’esperienza esistenziale importante che, inaspettatamente, può donare maggiore saggezza ad entrambi.</p>
<p>Cristina Rubano - Psicologa</p>
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		<title>Adolescenti ossessionati dal corpo: non è semplice “vanità” …</title>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2011 08:12:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Genitorialità]]></category>

		<category><![CDATA[abitudini alimentari]]></category>

		<category><![CDATA[Adolescenza]]></category>

		<category><![CDATA[forma fisica]]></category>

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Ore trascorse in bagno a scrutare impietosamente la propria immagine allo specchio, attenzione meticolosa ai minimi dettagli nel vestire, piercing e tagli di capelli dettati dalle mode del momento: non si tratta di frivolezze, ma di tentativi, più o meno riusciti, di controllare un corpo che, con le tempeste ormonali della pubertà, è in continua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.genitoriblog.it/2011/05/adolescenti-ossessionati-dal-corpo-non-e-semplice-%E2%80%9Cvanita%E2%80%9D-%E2%80%A6/"><img class="alignnone size-full wp-image-670" title="Adolescenti ossessionati dal corpo: non è semplice “vanità” …" src="http://www.genitoriblog.it/wp-content/uploads/puberta.jpg" alt="puberta" width="500" height="180" /></a></p>
<p>Ore trascorse in bagno a scrutare impietosamente la propria immagine allo specchio, attenzione meticolosa ai minimi dettagli nel vestire, piercing e tagli di capelli dettati dalle mode del momento: non si tratta di frivolezze, ma di tentativi, più o meno riusciti, di controllare un corpo che, con le tempeste ormonali della pubertà, è in continua trasformazione e in cui l’adolescente stenta a riconoscersi. <span id="more-669"></span><br />
Tra la fine delle scuole medie e il primo anno delle superiori ragazzi e ragazze vanno incontro allo sviluppo puberale e ai conseguenti cambiamenti del proprio corpo: nelle ragazze cresce il seno e si arrotondano i fianchi, i ragazzi cambiano timbro di voce e spunta la prima peluria e così via … Tutti cambiamenti che, tuttavia, si manifestano inizialmente con disomogeneità sia per la fisiologica sfasatura di tempi fra maschi e femmine (queste ultime infatti si sviluppano in media con un paio d’anni di anticipo) sia perché lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari e l’aumento staturale possono effettivamente comportare un iniziale disarmonia a livello corporeo: mani e piedi possono precedere lo sviluppo in altezza, la barba all’inizio è solo una peluria antiestetica, l’acne per molti si rivela un vero incubo, un seno prosperoso “esploso” all’improvviso può creare imbarazzo in una ragazzina di 13 anni che sente tutti gli occhi puntati su di sé …. Gli esempi potrebbero continuare, quel che è certo è che più o meno tutti i ragazzi e le ragazze fra i 13 e i 15 anni vivono con una certa perplessità i rapidi mutamenti del proprio corpo, un corpo non più bambino che si avvia ad assumere una conformazione più adulta e “sessuata” a cui è necessario abituarsi.<br />
E’ in tale ottica che vanno interpretati alcuni comportamenti apparentemente insensati tipici degli adolescenti di quest’età: dal passare ore e ore allo specchio, a inscenare tragedie per l’ennesimo brufolo di troppo a nascondere le proprie forme improvvisamente troppo abbondanti sotto maglie di una tagli più grande. Per un genitore può non essere facile rapportarsi ad un figlio o una figlia improvvisamente scostanti, taciturni che rifiutano di mangiare negli orari condivisi dal resto della famiglia o che mirano a seguire mode improbabili. E’ importante allora essere attenti ai primi segnali di questa delicatissima fase di passaggio e, perché no, informare i propri figli, con chiarezza e semplicità, del significato dei cambiamenti che li attendono in modo che possano affrontarli con maggiore consapevolezza.</p>
<p>Cristina Rubano - Psicologa</p>
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		<title>Dalle medie alle superiori: un passaggio importante</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 07:45:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Genitorialità]]></category>

		<category><![CDATA[Adolescenza]]></category>

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Il passaggio dalla terza media al primo anno della scuola superiore rappresenta una fase di transizione molto delicata e complessa non solo sul piano strettamente scolastico e formativo, ma anche su quello dello sviluppo e della crescita personale di ogni ragazzo o ragazza.
I 13-14 anni, infatti, coincidono con l’ingresso a pieno titolo nell’adolescenza, una specifica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.genitoriblog.it/2011/05/dalle-medie-alle-superiori-un-passaggio-importante/"><img class="alignnone size-full wp-image-662" title="Dalle medie alle superiori: un passaggio importante" src="http://www.genitoriblog.it/wp-content/uploads/studenti_scuola_superiore.jpg" alt="studenti_scuola_superiore" width="500" height="180" /></a></p>
<p>Il passaggio dalla terza media al primo anno della scuola superiore rappresenta una fase di transizione molto delicata e complessa non solo sul piano strettamente scolastico e formativo, ma anche su quello dello sviluppo e della crescita personale di ogni ragazzo o ragazza.<span id="more-661"></span><br />
I 13-14 anni, infatti, coincidono con l’ingresso a pieno titolo nell’adolescenza, una specifica fase del ciclo di vita in cui si perdono o vengono messi da parte molti dei punti di riferimento affettivi, sociali e materiali dell’infanzia alla ricerca di nuovi legami, nuovi modelli da imitare e nuovi contesti in cui sperimentarsi con un’autonomia sempre maggiore dalla famiglia d’origine. In tal modo, ogni ragazzo o ragazza è alla continua ricerca di una propria identità autonoma, ma vive ancora molta confusione e incertezza sulle proprie caratteristiche personali, le proprie competenze, i valori di riferimento da abbracciare, le scelte da compiere per il proprio futuro.<br />
E’ entro questo tumultuoso quadro di ridefinizione e ricerca di sé che ragazzi e ragazze fanno ingresso nell’ultima fase del loro ciclo scolastico. Con la scuola superiore cambiano necessariamente le amicizie e i docenti, il carico di studio si fa più complesso e impegnativo e, non di rado, l’Istituto scelto può trovarsi lontano dalla propria abitazione e dal proprio quartiere. Tutte queste piccole “rivoluzioni” caratterizzano una fase che ha bisogno di essere considerata in tutta la sua importanza In una società come quella attuale dove sta gradualmente scomparendo qualunque forma di “rito di passaggio” che serva a sottolineare e ad accompagnare le transizioni attraverso le varie tappe del ciclo vitale è sempre più urgente il bisogno di individuare punti di riferimento che diano un significato condiviso, oltre che personale, a quanto ci accade.<br />
I genitori per primi sono chiamati a considerare con l’adeguata importanza tutte queste sfaccettature dei mutamenti che i loro figli si trovano ad affrontare fra le medie e le superiori: trasmettere loro fiducia, entusiasmo e curiosità per il cambiamento piuttosto che far prevalere le proprie ansie e preoccupazioni è fondamentale perché questi ragazzi possano fare altrettanto con le novità e le sempre nuove richieste che d’ora in avanti la vita farà loro.<br />
Cristina Rubano - Psicologa</p>
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		<title>La sessualità: fra genitori e figli è ancora un tabù?</title>
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		<pubDate>Wed, 18 May 2011 11:14:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Genitorialità]]></category>

		<category><![CDATA[genitori e sessualità figli]]></category>

		<category><![CDATA[responsabilità e sesso]]></category>

		<category><![CDATA[sessualità e adolescenza]]></category>

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In passato i giovani vivevano le loro prime esperienze sessuali con estremo riserbo, assolutamente di nascosto dai propri genitori e rimanendo spesso vittime di tabù di vario genere, preconcetti e molta disinformazione anche in materia di salute e contraccezione.
Ragazzi e ragazze di oggi hanno invece accesso a molteplici mezzi di informazione (da internet, a riviste [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.genitoriblog.it/2011/05/la-sessualita-fra-genitori-e-figli-e-ancora-un-tabu/"><img class="alignnone size-full wp-image-656" title="La sessualità: fra genitori e figli è ancora un tabù?" src="http://www.genitoriblog.it/wp-content/uploads/sessualita-adolescenti1.jpg" alt="sessualita-adolescenti1" width="500" height="180" /></a></p>
<p>In passato i giovani vivevano le loro prime esperienze sessuali con estremo riserbo, assolutamente di nascosto dai propri genitori e rimanendo spesso vittime di tabù di vario genere, preconcetti e molta disinformazione anche in materia di salute e contraccezione.<span id="more-655"></span><br />
Ragazzi e ragazze di oggi hanno invece accesso a molteplici mezzi di informazione (da internet, a riviste e rotocalchi, a programmi televisivi, ai modelli mostrati dal cinema) che offrono con immediatezza continui messaggi (dai più ai meno costruttivi) inerenti alla sfera della sessualità. Spesso gli adolescenti appaiono fin troppo “disinvolti” sull’argomento anche con i propri genitori alludendo magari provocatoriamente alle proprie esperienze o lasciandole trapelare indirettamente. Accade così che durante una lite con i genitori ci si lasci sfuggire una parola di troppo (magari non necessariamente corrispondente alla realtà già accaduta, ma solo immaginata); oppure che vengano “dimenticati” contraccettivi o altri inequivocabili “indizi” in giro per la stanza.<br />
Come comportarsi di fronte a simili messaggi che pongono i genitori davanti all’esordiente vita sessuale dei propri figli in modo così ambivalente o violento? Le prime esperienze sessuali, così come i messaggi provocatori o enigmatici con cui gli adolescenti vi alludono, avvengono non di rado proprio con l’intento, non completamente cosciente, di distanziarsi dai modelli relazionali tipici della propria infanzia: da quel bambino o bambina che i genitori ancora vedono in loro, senza tuttavia avere ancora la maturità necessaria per proporre un reale confronto o un vero dialogo.<br />
I genitori, alla luce di ciò, sono chiamati a cogliere il messaggio che i propri figli stanno lanciando senza tuttavia accettarne la provocazione: far finta di “non aver visto” o di “non aver capito” o reagire con rimproveri, infinite domande o zelanti “consigli” può essere il primo, comprensibile,  impulso di un genitore giustamente confuso, preoccupato, incerto.<br />
Tuttavia il modo più utile per proporre un dialogo ai propri figli sulla sessualità è forse proprio quello di ammetterne l’esistenza senza tuttavia prendere parte “pro” o “contro” le loro scelte. In fondo ora sta a loro decidere a quali valori e principi uniformare la propria vita per andare incontro, magari, ai propri reali desideri e non soltanto per mettere la parola “fine” al mondo dell’infanzia.</p>
<p>Cristina Rubano - Psicologa</p>
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		<title>Gli amori degli adolescenti: la ricerca dell’ideale impossibile</title>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2011 09:22:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Genitorialità]]></category>

		<category><![CDATA[Adolescenza]]></category>

		<category><![CDATA[innamoramento]]></category>

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Se durante gli anni delle scuole medie, ragazzi e ragazze si “annusano” per lo più da lontano trincerandosi dietro l’anonimato che il gruppo dei propri pari (quello dei ragazzi e quello delle ragazze) consente; durante gli anni delle superiori nascono i primi “amori”, le prime unioni di coppia che inevitabilmente cambiano e ridefiniscono i rapporti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.genitoriblog.it/2011/05/gli-amori-degli-adolescenti-la-ricerca-dell%E2%80%99ideale-impossibile/"><img class="alignnone size-full wp-image-650" title="Gli amori degli adolescenti: la ricerca dell’ideale impossibile" src="http://www.genitoriblog.it/wp-content/uploads/amori-adolescenziali.jpg" alt="amori-adolescenziali" width="500" height="180" /></a></p>
<p>Se durante gli anni delle scuole medie, ragazzi e ragazze si “annusano” per lo più da lontano trincerandosi dietro l’anonimato che il gruppo dei propri pari (quello dei ragazzi e quello delle ragazze) consente; durante gli anni delle superiori nascono i primi “amori”, le prime unioni di coppia che inevitabilmente cambiano e ridefiniscono i rapporti col resto del gruppo ed anche con le figure genitoriali.<span id="more-649"></span><br />
Si tratta di legami spesso esclusivi, fusionali, assolutizzanti, dove ci si dà totalmente per l’altro e non c’è spazio per l’ “io” ma solo per il “noi”. Sono amori sostenuti dalla tensione verso un ideale di perfezione e di unione nel quale non sembra esserci spazio né per l’autonomia dell’altro, né (spesso) per impegni e doveri scolastici, né per le relazioni familiari, bruscamente poste in secondo piano.<br />
I ragazzi che, durante l’adolescenza, vivono i loro primi innamoramenti in questo modo spesso vivono con altrettanta “drammaticità” la loro eventuale rottura fino a rifiutare qualunque altra forma di contatto con la realtà: si smette di mangiare, ci si rifiuta di uscire o di vedere gli amici, ci si disinteressa totalmente degli impegni scolastici.<br />
Come genitori si può, comprensibilmente, avvertire molta difficoltà a rapportarsi a questi ragazzi improvvisamente divenuti “distanti”, “assenti” totalmente assorbiti dall’idillio dei loro primi amori e dai drammi delle conseguenti rotture. Non di rado, guidati dall’apprensione e dallo sgomento di non riconoscere più il proprio figlio, si può cominciare a guardare con sospetto al nuovo compagno/compagna che ha catalizzato tutte le sue attenzioni ed energie; spesso molti genitori si sorprendono in comportamenti eccessivamente “controllanti” o a fare scenate che aumentano soltanto le conflittualità e le incomprensioni.<br />
Ma è veramente il caso di allarmarsi?<br />
In realtà va anzitutto considerato che, quella delle prime “cotte”, degli amori romantici o esclusivi è una caratteristica tipica dell’adolescenza e, come tale, rappresenta quindi, per lo più, soltanto una fase di transizione e non un tratto stabile del carattere del ragazzo o della ragazza. La non ancora completa maturità sul piano fisico ed emotivo fa sì che si cerchi, in questi primi legami con l’altro sesso, più che altro un completamento di sé e della propria identità ancora incerta e non definita e, insieme a questo, un tipo di relazione affettiva alternativa a quella che si ha con i propri genitori tipica dell’infanzia. L’unione è quindi spesso idealizzata e assolutizzata proprio perché rispondente al bisogno di definire in qualche modo e completare il proprio sé, a trovare nell’altro quelle parti di sé stessi di cui ci si sente carenti non in grado di sviluppare autonomamente. Per gli stessi motivi, anche le rotture di queste infatuazioni più o meno passeggere possono essere connotate da toni altamente drammatici e non congruenti col piano di realtà.<br />
Alla luce di tutto questo, l’atteggiamento più utile da parte di un genitore è sicuramente quello di riconoscere e rispettare il diritto del proprio figlio, in quanto adolescente, a vivere questa particolare fase della sua crescita piuttosto che subissarlo di domande inquisitorie, proibizioni o consigli non richiesti o massime di vita su come è più o meno giusto comportarsi in amore. Questo, tuttavia, non esclude che un genitore intervenga di tanto in tanto per riportare il proprio figlio coi “piedi per terra” restituendogli sì il rispetto, ma anche la responsabilità del proprio comportamento  e delle conseguenze che questo può avere. Gi adolescenti per poter arrivare a definire se stessi hanno bisogno sia di potersi sperimentare, immergersi in loro stessi e giocare molte “parti”; ma anche di scontrarsi col senso del limite e con le richieste che la realtà esterna gli pone.</p>
<p>Cristina Rubano - Psicologa</p>
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		<title>Lo studio: nessun interesse o troppa paura dell’insuccesso?</title>
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		<pubDate>Fri, 13 May 2011 09:13:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Genitorialità]]></category>

		<category><![CDATA[genitori]]></category>

		<category><![CDATA[insegnamento]]></category>

		<category><![CDATA[studio]]></category>

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Quando un ragazzo oppone un netto rifiuto per qualunque forma di impegno scolastico, chiamandosi fuori da qualunque tipo di competizione o confronto con i compagni e quasi ostentando, portandolo all’esasperazione, il proprio disimpegno scolastico, genitori e insegnanti possono sentirsi impotenti e delusi; non è facile, infatti, sbloccare la situazione.
Alla pagella del primo quadrimestre la sfilza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.genitoriblog.it/2011/05/lo-studio-nessun-interesse-o-troppa-paura-dell%E2%80%99insuccesso/"><img class="alignnone size-full wp-image-642" title="Lo studio: nessun interesse o troppa paura dell’insuccesso?" src="http://www.genitoriblog.it/wp-content/uploads/rifuto-dello-studio.jpg" alt="rifuto-dello-studio" width="500" height="180" /></a></p>
<p>Quando un ragazzo oppone un netto rifiuto per qualunque forma di impegno scolastico, chiamandosi fuori da qualunque tipo di competizione o confronto con i compagni e quasi ostentando, portandolo all’esasperazione, il proprio disimpegno scolastico, genitori e insegnanti possono sentirsi impotenti e delusi; non è facile, infatti, sbloccare la situazione.<span id="more-641"></span><br />
Alla pagella del primo quadrimestre la sfilza di tre parla già chiaro: l’anno appare irrimediabilmente perso, tanto varrebbe smettere anche di andarci a scuola. Eppure non di rado questi ragazzi a scuola, contrariamente all’andamento del loro profitto, ottengono invece un discreto successo sul piano sociale diventando molto popolari fra i propri compagni anche proprio per l’atteggiamento di apparente disinteresse nei confronti dello studio e delle sue conseguenze acquisendo una sorta di “aura” di superiorità che li pone quasi su un altro piano rispetto a chi, con risultati più o meno brillanti, affronta l’ansia e l’impegno di interrogazioni, compiti in classe e professori.<br />
Eppure, dietro quest’apparente indifferenza e menefreghismo per ogni aspetto del sistema scolastico, spesso si nasconde molta insicurezza, una grande paura di sbagliare e una sostanziale incapacità di confrontarsi con obiettivi reali e tangibili possibilità di fallimento o di successo.<br />
Se nell’infanzia ogni bambino tende ad avere un’immagine onnipotente e infallibile di sé, rispetto ad un mondo esterno che si fa carico dei suoi bisogni o desideri senza chiedergli nulla; crescendo deve imparare a tollerare le frustrazioni e a commisurare le proprie capacità rispetto alle sempre maggiori richieste che, soprattutto con l’ingresso a scuola, il mondo esterno gli pone.<br />
Questo impone tuttavia di mettersi continuamente alla prova rendendosi via via responsabili in prima persona dei propri risultati, gratificazioni e successi o, la contrario, di possibili e inevitabili errori, frustrazioni e eventuali fallimenti. Significa rinunciare ad un’immagine onnipotente e irrealistica di sé per venir a patti con la realtà esterna e le sue regole, i limiti che questa pone e quelli delle proprie stesse capacità per riuscire a crescere e a migliorarsi anziché rinunciare a giocare in partenza.<br />
Da parte dei genitori, può essere quindi importante sollecitare questi ragazzi a riconsiderare la propria posizione rinunciataria nei confronti dello studio e ad accettare eventuali errori o insuccessi come elementi su cui poter migliorare piuttosto che manchevolezze del loro valore personale.</p>
<p>Cristina Rubano – Psicologa</p>
<p>Per saperne di più:<br />
Ammaniti, M., &amp; Ammaniti, N. (1995). Nel nome del figlio: L’adolescenza raccontata da un padre e da un figlio. Milano: Mondadori.</p>
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